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I FIORI CI
PARLANO
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SOUVENIR FIORITO - Mini storie di fiori e di gente

Dal 1978 al 2015 ho viaggiato per lavoro, in auto, in treno, sempre sola. Mi sono fermata in città, paesini e luoghi diversi. Ho incrociato persone sconosciute. A volte ho fotografato, con le parole, i momenti della giornata e gli abitanti.
Il filo conduttore della silloge sono i fiori, presenti in ogni luogo. “Souvenir fiorito” è il ricordo di fiori e di gente. Attimi di vita, diversi e lontani l’uno dall’altro, eppure simili, per quella solitudine che accompagna ogni vita, inerme, davanti al trascorrere del tempo. I fiori segnano il tempo, più di un orologio, che può essere più avanti o più indietro e tutto cambia. Basta un secondo e può essere un anno prima o un anno dopo. La natura ha un tempo esatto. Attraverso le immagini scritte, di attimi vissuti, s’intrecciano storie di persone di cui non conosco i nomi, ma il loro ricordo è per me indelebile. Ho cercato di fermare il tempo per racchiuderlo in un souvenir.

LA PIÙ BELLA DELL’ESTATE

Le gambe lunghe,
affusolate,
abbronzate,
lucide come seta.
La pelle fresca,
la vera età celata,
occhi color giada,
un’orchidea bianca
fra i capelli corvini
e danza sulla sabbia come fosse
su una lastra di marmo.
Non conosce ancora
la manciata di fortuna regalata.
Le donne invidiose
le trovano i difetti che non ha.
Gli uomini fissano la scollatura,
sotto la catenina dorata.
Vince la gara,
la più bella sulla spiaggia.
Il mazzo di fiori,
gli abbracci degli amici,
lo sguardo di papà
che la ricorda ancora bambina
e si chiede cosa rimarrà
di quella che era allora.
GIOCANDO A PALLONE

Nella piazza, davanti alla chiesa del paese,
tutto è cominciato con qualche tiro di pallone,
per rompere la noia di una domenica pomeriggio.
All’inizio erano sei ragazzini,
poi due dozzine di giocatori.
Le panchine, di legno verniciato, sono le porte,
i pensionati del bar, i tifosi.
La squadra bianca perde e chiede una rivincita.
S’invertono le aree di gioco.
Passanti incuriositi si fermano,
l’arbitro improvvisato fischia un rigore.
Il ragazzino si sente osservato,
il brusio della gente lo distrae,
Prende la rincorsa, tira.
Il pallone vola radente, come un siluro
centra in pieno l’oleandro davanti al negozio chiuso.
Non si gioca più.
Qualcuno, che si è divertito, dice:
«Questa piazza non è un prato».
Tutto si ricompone,
tutto torna come prima.
Le domeniche dei poveri non hanno biglietto,
anche la statua del santo patrono,
ferma da secoli nel marmo e nel gesto,
per un attimo, ha sorriso.






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